di Giulia D’arrigo

Oggi ripenso ad un momento, vissuto qualche anno fa, quando ho firmato il contratto a tempo indeterminato. Mi è stato chiesto, ricordo, di essere flessibile. Disponibile a cambiare contesto, utenza. Ho risposto che non era un problema, stavo imparando che il lavoro da educatore ti mette a confronto ogni giorno con un lato diverso di te stesso, riflesso in ogni persona che incontri. Solo ora, seduta su un furgone che da qualche giorno è diventato un ufficio, con il cruscotto che brulica di carte, monete, ricevute, mi rendo conto di che cosa abbia significato per noi essere flessibili nel 2020.

Prima le leggi che continuavano a cambiare, la sensazione di non avere mai certezze su chi potesse rimanere accolto e chi no, la corsa dietro alle notizie. E poi la pandemia, inaspettata, improvvisa, il tempo che si dilata fino a fermarsi. Il mondo si congela e spiegalo ai ragazzi, che di tempo ne hanno sempre poco. Perché sono giovani, perché la speranza che li ha portati al di là del mare rifiuta la sola idea di rallentare, figuriamoci fermarsi, perché il tempo dell’accoglienza è poco, perché giù c’è una famiglia che ha bisogno, perché camminano curvi sotto il peso delle aspettative e allora, senza neanche accorgercene, ci siamo trovati divisi in due mondi. Noi e loro, dentro e fuori, separati da un metro di distanza, una mascherina, un no ripetuto all’infinito.

Poi la primavera è diventata estate, la speranza ha rifatto capolino attraverso i nostri muri gialli. Uscite, ma poco. E le mascherine, mi raccomando. Abbiamo trovato nuovi modi per parlarci, stare vicini anche da lontano, sorriderci anche solo con gli occhi.

Eppure non c’è stato molto tempo per riposare. L’estate ci è scappata di mano veloce come una promessa non mantenuta, la minaccia del Covid è tornata e questa volta ci ha attaccato da dentro.

E ho capito che essere flessibili significa anche scoprirsi uniti, sentirsi squadra. Essere flessibili significa rimanere al telefono fino all’una dopo il risultato del primo tampone e trovare il coraggio di dirsi: “Ho paura”. Essere flessibili significa ritrovarsi sul piazzale in attesa del test, guardare i dottori bardati come astronauti e chiedersi se davvero sta succedendo a noi, ma essere forti abbastanza da strapparsi una risata. Essere flessibili significa trovarsi ancora ad essere noi e loro, ma peggio di prima: noi fuori, loro dentro. Per parlare si grida, dalle finestre, per superare il rumore del traffico. Ci si arrabbia per quella lontananza, si discute e poi, esausti, si spera solo che finisca presto.

Nel 2020 sto imparando che tra le esperienze di un educatore rientra anche lo scambio di un caffè con il collega esausto che ti dà il cambio, il “dai, a questa telefonata rispondo io”, la voglia disperata di abbracciarsi, di sentirsi un po’ più noi.

Scrivo dal mio nuovo ufficio, un furgone pieno di scartoffie, gel disinfettanti, ricevute. Poco fa mi sono sporta oltre il cancello, ho passato a S. un pacco di zucchero. Mi ha indicato l’ufficio in cui non posso entrare, ha detto:
– Non stare fuori, fa freddo.

Mi è venuto un po’ da piangere, invece ho detto:
– No, ho l’ufficio, il furgone.

E abbiamo riso tutti e due. La flessibilità è una barriera che cade.

(foto: Karim Manjra – Unsplash)