di Francesco Ravera

Il Covid ci ha raffreddato, ha messo un muro, metaforico e di plexiglass, tra noi educatori della Coop. Soc. Il Melograno e gli ospiti, ha reso il lavoro all’Area Persone Straniere di Fondazione Auxilium molto più complicato, da un’estate di relativa tregua, all’inizio di questo autunno, portando nuove questioni, educative ed esistenziali, da affrontare. Con la scoperta di alcuni casi positivi in struttura, ci siamo ritrovati a fare colloqui dalla finestra, ad utilizzare il dobló come ufficio, a comunicare l’ennesimo tampone positivo attraverso un telefono, a lavorare sempre e solo sull’emergenza. Ad affrontare la frustrazione, nostra e degli ospiti.

C’è Mustapha, che dopo mesi di attesa in graduatoria per iniziare una borsa lavoro, primo passo nel tortuoso mondo del lavoro, ha dovuto per ben due volte rinunciare all’inizio dell’esperienza per rallentamenti dovuti al Covid.

Ci sono Hussain e Moussa, appena arrivati in Italia, spersi in un mondo nuovo con regole nuove, a cui abbiamo dovuto spiegare che dovranno aspettare fino a marzo per avere un appuntamento per iniziare il percorso di riconoscimento del loro status, poiché la Questura è satura di tutti quegli appuntamenti rinviati durante il lockdown.

C’è Ibrahim, senza risorse né lavoro, a cui ho dovuto comunicare da dietro ad una finestra che a fine mese avrebbe dovuto lasciare la struttura.

C’è Mohamed, che mette tanto impegno nelle lezioni di lingua italiana, e che fatica, ancor più ora che vede la sua insegnante solo attraverso la videocamera di un tablet, annaspando più di quanto non farebbe in una lezione in presenza.

C’è Aly, che si è visto rinviare più e più volte un’operazione molto importante per il suo futuro e la sua salute, aggravando una situazione depressiva già presente.

In un progetto come il SIPROIMI, in cui la permanenza nel progetto è dettata da tempi rigidi, il tempo costituisce più che mai un fattore di stress. Sistemare i documenti, imparare l’italiano, iniziare a muovere i primi passi nel mondo del lavoro, diventano obiettivi difficilmente raggiungibili, se costretti in un arco temporale lento come quello che stiamo vivendo. E quindi si tende a correre, a forzare percorsi sotto la spinta del “non c’è tempo”, a spingere i ragazzi fuori dal nido prima che abbiano ali abbastanza forti per volare.

In una realtà come la nostra, si vede ancor più forte il legame tra malattia e fragilità.

Il Covid può colpire tutti, questo lo sappiamo, ma il Covid non lascia ferite solo a livello medico, lascia anche cicatrici nelle sensibilità, squarci nel mondo del lavoro e nel sociale.
Il Covid uccide, eccome se uccide, ma uccide anche in modi che scampano alle statistiche ospedaliere.
A furia di dire alle persone “Stiamo a distanza”, le persone iniziano ad allontanarsi.
È chiaro, ora è giusto agire così, è giusto vedersi il meno possibile, è giusto sottolineare ai ragazzi l’importanza di mascherina, igiene e buonsenso.

È importante anche, una volta finito questo periodo, ricordare che sì, siamo animali sociali.

E abbiamo fame di socialità.

Con i dovuti tempi, ma abbiamo voglia di valorizzare di nuovo la relazione in presenza. E di riscoprirci umani, che in quanto tali hanno capito che c’era un tempo in cui era meglio allontanarsi per il bene di tutti e che ci sarà un tempo – quando possibile – in cui sarà meglio riavvicinarsi, per il bene di tutti.

Abbiamo fame di relazione.