di Giulia D’Arrigo

Per accettare un immigrato dal Terzo Mondo  o un uomo senza fissa dimora di appena 35 anni o un tossicomane che non ce la fa a decidere di non bucarsi, o il detenuto che entra ed esce dal carcere, bisogna riuscire a… riconoscersi in loro; essi rappresentano una parte che è pure in noi; sono una faccia della nostra umanità, scoperta, nuda, senza difesa, senza facciata e senza ipocrisia. Essi mi portano la verità della loro povertà che è pure la mia e nell’offrire loro un po’ di ragioni per vivere mi confermo che la vita e la speranza hanno la vittoria, anche per me.” (Don Piero Tubino)

Quando mi è stato chiesto di partecipare a questo incontro mi sono chiesta quale contributo avrei potuto portare. Ho pensato di cercare e portarvi dati, informazioni e numeri, ma i dati tecnici non avrebbero mai avuto il valore dell’esperienza sul campo e della competenza portata dalla testimonianza di Nello Scavo.

Uno scrittore famoso ha detto che il trucco per scrivere bene è scrivere di ciò che si sa e che si è vissuto, così oggi ho pensato di portarvi un po’ di noi e della nostra esperienza.

Lavoriamo in un centro SPRAR, ora SAI, che accoglie persone rifugiate e richiedenti asilo politico. I ragazzi e le ragazze, gli uomini e le donne che vediamo ogni giorno, hanno attraversato il mondo per fuggire alla persecuzione, alla morte, alla povertà. Ho letto e riletto le parole di Don Piero e mi sono chiesta in che cosa ci riconosciamo davvero quando guardiamo i nostri ospiti, se le prime cose che saltano all’occhio sono le differenze. Il colore della pelle, la lingua, la cultura, un passato e un contesto così profondamente diverso. Dove siamo, noi? Che cosa c’è di noi, in loro?

Vedere la propria povertà riflessa nell’altro fa paura. Ci costringe a misurarci con le nostre mancanze, le debolezze, con quello che avremmo potuto e voluto essere e non siamo stati e, soprattutto, con quello che abbiamo paura di diventare. Riconoscersi in un ragazzo africano che attraversa uno stato dopo l’altro, che subisce torture, violenze, senza sapere se riuscirà ad approdare in un porto sicuro, significa ammettere che un giorno potremmo essere noi a partire, a lasciare le nostre famiglie, a rischiare la vita per dare un futuro ai nostri figli.

In tanti anni di lavoro con le persone rifugiate mi sono chiesta come ci si possa riconoscere senza avere paura. E la risposta forse sta lì, nascosta tra le parole di Don Piero. Anziché nelle povertà, ci si riconosce prima nelle nostre piccole ricchezze. In un gesto gentile, un momento condiviso, una risata dal cuore. Ci si riconosce condividendo un caffè, una lunga attesa, una nevicata inaspettata. E così scopriamo di essere fatti degli stessi sogni, delle stesse speranze, di possedere le stesse lacrime e le stesse risate, e solo allora ci si riconosce anche nelle povertà, nell’umanità priva di maschere. Solo allora si può comprendere senza giudicare, e assaporare insieme il sapore della vittoria della vita, e della speranza.

Nel ripensare alle storie dei nostri ragazzi, che dal Pakistan hanno attraversato l’Iran, la Turchia, la Grecia, la Croazia, la Bosnia e la Slovenia e che nelle loro notti insonni ricordano i giorni nascosti nella foresta, e le percosse della polizia, o a quelle dei giovani africani che hanno visto morire amici e fratelli nel deserto tra il Niger e la Libia, o nella tomba del Mediterraneo, mi viene in mente il ricordo di un altro sacerdote, Don Andrea Gallo; raccontava di una scritta trovata un mattino, sul muro della comunità “Il male grida forte.” Qualche giorno dopo, accanto, ne era comparsa un’altra “Ma la speranza grida più forte”.

È quello che auguro oggi a voi, a noi, ai nostri ragazzi, nel ricordo di Don Piero. Di non perdere la capacità di riconoscerci nell’altro, e di avere sempre la forza di gridare forte la nostra, e la loro speranza.