Quarantena. Sbagliato ma non troppo
di Massimiliano Guidotti
operatore Coop. Soc. Il Melograno
Breve cronaca di una giornata “virale” all’Area Persone Straniere e del tuo lavoro da operatore sociale impegnato, con testardaggine e pazienza, a trattenere i ragazzi in struttura, in questo tempo in cui la parola ‘integrazione’ sembra congelata e, per contro, il concetto di ‘distanziamento’ non sempre è compreso dai nostri ragazzi.
Ad esempio: prima delle 9 del mattino M., nonostante tu gli abbia spiegato già ieri che non si può uscire, passa davanti all’ufficio per andare a lavorare: il collega Boris gli spiega nuovamente la situazione e parla direttamente col suo datore di lavoro, che conferma ovviamente che il lavoro è fermo. Lo convinciamo. Poco dopo, però, un altro M. ti chiede di uscire perché la sua ragazza è incinta e non sta bene, vorrebbe vederlo. Fai fatica a suggerirgli che la cosa giusta da fare è sentire un medico. Ma alla fine lo convinciamo. Impegnati in tutto questo, scopriamo a cose fatte che nel frattempo Y. e A. sono usciti, uno per comprare l’acqua, l’altro le cartine e il tabacco.
Sbagliato.
Difficile mediare tra loro responsabilità personali e nostra autorità a trattenere in struttura: è un equilibrio in cui nessuno deve abusare di nessuno e tutti devono rispettare tutti, con qualche sbavatura. E tanta fatica.
Boris, prima di smontare dal turno, mi dà un’incombenza: mandare via fax i documenti di W. all’ospedale, per la pratica pre-operatoria. Facile: però il fax non arriva, lo mando due volte e mi dice errore, allora provo a cercare il numero di Chirurgia, lo trovo, parlo con un’infermiera che mi dice di chiamare dopo 15 minuti, così faccio: mentre la sua collega mi conferma che il loro fax funziona ma non è arrivato nulla e suggerisco di darmi un indirizzo mail, sento tossire in modo infernale dall’altra parte della cornetta. Gelo. Comunque ottengo l’indirizzo mail.
Sbagliato.
Risalgo al vero indirizzo (spero). In ogni caso alla fine ho mandato tutti i documenti di W.
Intanto H. vuole un caffè, mi chiede un gettone e… Pamela: mi viene il sospetto che Pamela sia una ragazza che serve ai tavoli… Cerco di dissuaderlo. Lo convinco. Finalmente arrivano i pasti: il nuovo autista non è molto pratico con le manovre e riesce a salire i venti metri di mattonata con curva a gomito che ci separano dalla strada in dieci minuti. In mensa le cosce di pollo finiscono: per fortuna S. e T. non vengono a mangiare e L., che si aggira per la struttura vestito da trapiantato, con tuta ampia e mascherina, non mangia da quattro mesi.
Il pomeriggio è più tranquillo, ora c’è il Ramadan e i ragazzi stanno molto nelle loro camere. Bisogna, però, preparare tutto il necessario per la cena e, soprattutto, il sacchetto con il cibo per la notte per gli osservanti del Ramadan; sembra più semplice di quello che è: nel solo sacchetto ci vanno le posate, avvolte nei tovaglioli e incastonate nei bicchieri, il pane avvolto nella carta per motivi igienici, frutta, latte e, naturalmente, il cibo per la notte, che va messo nelle vaschette. E allora vai! Procedi a prepararle tutte e diciannove, insacchettale, ricordati di mettere lo yogurt, attenzione a non mettere carne per i due vegetariani che hanno il cibo dedicato.
Nel frattempo siamo entrati nella fase due al grido di: “Siamo liberi!!!”
Sbagliato.
Ma devi farlo capire agli stessi trenta a cui, faticosamente, lo avevi spiegato due mesi prima. Chiarisci che si può uscire solo per trovare parenti e congiunti, non per molto tempo, evitando sempre assembramenti e, comunque, restando nell’area del Municipio. Quando sei convinto di essere riuscito nell’intento, ecco la tua più grande soddisfazione: due ragazzi nigeriani ti chiedono di poter andare a festeggiare un amico che ha preso il soggiorno. “Dove?” domandi. “A Struppa… sì, ma sono solo in quattro”.
Ti rendi conto che qualcosa deve essere sfuggito ai tuoi migliori intenti. Però alla fine, mentre ti sembra che ogni singola giornata ‘virale’ ti sfugga di mano, ti guardi indietro e vedi che in struttura non abbiamo registrato contagi in questi lunghi mesi e, pur nella fatica quotidiana, abbiamo continuato a tutelare e promuovere le persone.
E allora sì, puoi raccogliere una piccola soddisfazione del tuo lavoro, così sottaciuto e – ti permetti di pensare – così necessario.
Sbagliato? A volte. Ma in fondo, non troppo.