Io ero, forse sono, una persona. Me lo domando spesso. Sapete sono tanti i nomi che vengono dati: clochard, vagabondo, homeless, barbone o hobo, quest’ultima di dylaniana memoria. Persona non lo sento mai.

di Emanuele Barisone

Il termine anglosassone homeless può essere correttamente tradotto in “persona senza dimora”; home, non house, diventa dimora non casa. Questo per alcuni motivi precisi: non stiamo parlando di mancanza di spazio fisico, di mura, di cemento, ma di qualcosa tanto più impalpabile quanto fondamentale. Parliamo di relazioni interpersonali, famiglia, amicizia, legami lavorativi.

Come si giunge a questo punto? Si tratta di un cammino progressivo, che si autoalimenta, da una piccola rottura si arriva a una voragine. I fattori che entrano in gioco sono tanti: problematiche psichiatriche, dipendenze da sostanze o dal gioco, malattia, perdita del posto di lavoro.

Il dato aggiornato al 2015 è di 50.724 persone senza dimora stimate in Italia. Stranieri, italiani, con un’età media di quarantaquattro anni, perlopiù uomini ma anche una buona percentuale di donne. Queste categorie tendono, con poca fortuna, a voler incasellare un fenomeno complesso in quanto diverse situazioni di disagio, legate a cause o episodi di carattere soggettivo, si uniscono ad altre di tipo oggettivo, acuendo ancora di più la condizione condivisa di isolamento dalle reti sociali.

Lo stato di persona senza dimora è una condizione multifattoriale e complessa dove spesso non esiste rapporto di causalità tra gli elementi problematici che la vanno a comporre. È una condizione acuta di sofferenza, che può toccare persone provenienti da diversi livelli della stratificazione sociale presentandosi come rottura radicale nei confronti alle reti sociali di appartenenza; ha carattere degenerativo e si palesa in soggetti incapaci di autodeterminarsi, con difficoltà a cogliere le poche ma possibili opportunità che incontrano; nelle forme più acute del problema, tendenzialmente per gli stadi degenerativi, la persona senza dimora può giungere a perdere la capacità di soddisfare i propri bisogni primari.

L’individuo in queste situazioni è sia soggetto che oggetto di abbandoni. I legami familiari sono affievoliti o interrotti; le relazioni parentali si interrompono per via di una scelta consapevole della persona. La dimensione della strada indebolisce ulteriormente la capacità di tessere legami. Una persona senza dimora non possiede quei beni sociali, utili per lo sviluppo di relazioni di lavoro, come l’abitazione, degli hobby e degli interessi culturali e una buona salute; inoltre la paura dell’isolamento, dello stigma, porta la persona a estraniarsi ancora di più.

I legami che si creano durante la permanenza in strada, sono tendenzialmente strumentali, tesi alla sopravvivenza, sono fragili, ambivalenti, e come si creano rapidamente, altrettanto rapidamente si dissolvono: prevalgono sentimenti come la diffidenza, il sospetto o l’invidia.

La vita di strada, per quanto sia strano immaginarlo, è scandita da precisi momenti, attività che diventano giorno dopo giorno routine; si tratta di occupazioni tese a soddisfare i bisogni primari (la pulizia, il cibo, poter dormire).

La persona senza dimora crea quindi, all’interno del tessuto urbano, una rete di contatti e luoghi sicuri dove affrontare e possibilmente trovare risposta ai problemi; il tutto tende a cercare di replicare, per quanto possibile, le condizioni di una vita normale. Entra quindi in gioco il fattore tempo: la creazione di una routine quotidiana appiattisce le giornate, rendendole simili. Il tempo scandito nell’arco delle 24 ore viene percepito dalla persona senza dimora come un tempo infinito. La routine però ha anche i suoi lati positivi: creare punti di riferimento sicuri, ad esempio presso i servizi dedicati, con un minimo di familiarità e stabilità.

Nonostante questi, la quotidianità della persona senza dimora è costellata di imprevisti: il furto dell’unico bagaglio, la perdita del posto in dormitorio, la chiusura straordinaria di una mensa o di un centro d’ascolto, evidenziano come il tempo di una persona che vive in strada abbia pochi punti fissi e costanti e si tratti più che altro di un continuo adeguarsi al tessuto urbano che la circonda.

Adattarsi allo spazio, significa per una persona senza dimora che non trova posto nei dormitori, ritagliare, privatizzare un angolo di città, fornendogli una dimensione domestica, seppur nascosta tra gli interstizi dell’ambiente urbano. Tale sfaccettatura deriva dalla perdita della propria intimità, del proprio luogo, chiamato casa. Un luogo sicuro dove rifugiarsi, dove coltivare la propria dimensione affettiva e relazionale e dove curare i propri interessi e passioni.

Se da un lato la persona senza dimora è spinta alla ricerca di una normalità, dall’altro è portata a autoescludersi, sia psicologicamente che materialmente, perché si percepisce come corpo estraneo, e non più come individuo.

Si attiva così in chi osserva dall’esterno un meccanismo mentale in cui si dimentica ogni elemento che caratterizza l’essere umano, fino a demolire la sua identità e a dimenticare che quell’uomo o quella donna siano altro oltre alla loro condizione.

L’essere persona autentica perde di valore e significato, l’essere umano si sovrappone al suo problema, sia esso un disagio sociale o una malattia, diventando un’unica cosa. Tale visione diventa talmente brutale e cronicizzata che la persona interessata è spinta a credere di essere la sua condizione di vita, io sono una persona senza dimora e non sono altro.

Il compito dell’operatore sociale è innanzitutto quello di lasciare che la persona senza dimora rilegga autonomamente il proprio vissuto, ricomponendo i propri ricordi e le proprie relazioni. Con questa modalità accogliente e attenta alla sofferenza altrui è possibile aiutare il soggetto a riconoscersi come persona, acquistare nuovamente la dignità perduta, caratterizzarsi come essere umano vivo e, in quanto tale, incompiuto.

Sarà il percorso progettato insieme all’operatore sociale a stimolare la curiosità della persona senza dimora per uscire da uno stato di oppressione e acquisire nuovamente la propria autonomia per arrivare a dire, a dirci, io sono una persona, e tu?